Locandina

Sinossi

Una delle commedie più note di G.B. Shaw. Henry Higgins, ricco gentiluomo londinese, incontra una povera fioraia ambulante, Eliza Doolittle, e scommette con un amico che riuscirà a trasformarla in una gran dama, insegnandole le buone maniere.

L’esperimento riesce ed Elisa viene accolta nell’alta società come una vera signora di nobili natali. Tuttavia ben presto la giovane donna comincia a prendere coscienza di se e a ribellarsi al suo pigmalione rivendicando il diritto di essere trattata come una persona e non come materia da plasmare.

Video

TOURNÉE

2006

Ravenna dal 26 al 29 gennaio 2006 - Teatro Dante Alighieri
Rimini 30 gennaio 2006 - Teatro Corso
Brescia dall'1 al 5 febbraio 2006 - Teatro Sociale
Napoli dal 7 al 12 febbraio 2006 - Teatro Bellini
Roma dal 14 al 26 febbraio 2006 - Teatro Quirino
L'Aquila dal 2 al 5 marzo 2006 - Teatro Comunale
Crotone 9 e 10 marzo 2006 - Teatro Apollo
Catanzaro 11 e 12 marzo 2006 - Politeama
Cittadella (PD) 14 febbraio 2006 - Teatro Sociale
Tolmezzo (UD) 15 marzo 2006 - Teatro Auditorium
Trento dal 16 al 19 marzo 2006 - Auditorium Santa Chiara
Lonigo (VI) 20 marzo 2006 - Teatro Comunale
Barberino (MO) 25 marzo 2006 - Teatro Corsini
Cecina (LI) 26 marzo 2006 - Teatro De Filippo
Guidizzolo (MN) 30 marzo 2006 - Teatro Comunale
Faenza (RA) dal 31 marzo al 2 aprile 2006 - Teatro Masini
Puglia dal 3 al 9 aprile 2006
Campania dal 10 al 12 aprile 2006
Messina dal 19 al 23 aprile 2006 - Teatro Vittorio Emanuele
Taormina dal 26 al 30 aprile 2006 - Teatro Vittorio Emanuele

2005

Bolzano 11 e 12 gennaio 2005 - Teatro Gries
Como 13 e 14 gennaio 2005 - Teatro Sociale
Parma 15 e 16 gennaio 2005 - Nuovo Teatro Pezzani
Fossano (CN) 17 gennaio 2005 - Teatro I Portici
Cattolica (RN) 20 e 21 gennaio 2005 - Teatro della Regina
Correggio (RE) 22 e 23 gennaio 2005 - Teatro Asioli
Mirandola (MO) 24 gennaio 2005 - Teatro Nuovo
Argenta (FE) 25 gennaio 2005 - Teatro Moderno
Pietrasanta (LU) 26 e 27 gennaio 2005 - Teatro Comunale
Pratovecchio (AR) 28 gennaio 2005 - Teatro degli Antei
Torino dall'1 al 6 febbraio 2005 - Teatro Alfieri
Sassuolo (MO) 7 febbraio 2005 - Teatro Carani
Mondovì (TO) 10 febbraio 2005 - Teatro Baretti
Nichelino (TO) 11 febbraio 2005 - Teatro Superga
Bardonecchia (TO) 12 febbraio 2005 - Palazzo delle Feste
Venezia dal 15 al 20 febbraio 2005 - Teatro Goldoni
Frosinone 21 febbraio 2005 - Teatro Nestor
Siena dal 22 al 24 febbraio 2005 - Teatro dei Rozzi
Aprilia (LT) 25 febbraio 2005 - Teatro Europa
Matera 2 marzo 2005 - Teatro Duni
Caserta dal 3 al 6 marzo 2005 - Teatro Comunale
Reggio Calabria 9 e 10 marzo 2005 - Teatro Cilea
Avellino 12 e 13 marzo 2005 - Teatro Carlo Gesualdo

2004

Alba (CN) 3 e 4 novembre 2004 - Teatro Sociale
Livorno dal 5 al 7 novembre 2004 - Teatro La Gran Guardia
Lugano dal 9 all'10 novembre 2004 - Teatro Cittadella
Alessandria 11 novembre 2004 - Teatro Comunale
Firenze dal 12 al 21 novembre 2004 - Teatro La Pergola
Pontedera (PI) 22 novembre 2004 - Teatro Era
Bologna dal 23 al 28 novembre 2004 - Teatro Duse
Villadossola (VB) 30 novembre 2004 - Teatro La Fabbrica
Verbania 1 dicembre 2004 - Teatro Vip
Borgomanero (NO) 2 dicembre 2004 - Cinema Teatro Nuovo
Novara dal 3 al 5 dicembre 2004 - Teatro Coccia
Montichiari (BS) 8 dicembre 2004 . Teatro Sociale
Chivasso (TO) 9 dicembre 2004 - Teatro Politeama
Milano dal 10 al 22 dicembre 2004 - Teatro Carcano
Genova dal 28 dicembre 2004 al 9 gennaio 2005 - Teatro della Corte

Recensioni

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Note di Regia

Nella struttura della commedia c’è un nodo che nella traduzione appare inestricabile. Riguarda il linguaggio di Lisa e di suo padre contrapposto al linguaggio del professore Higgins e degli altri del suo ceto. Il professore, che pure nella sua eccentricità si permette qualche divertita deroga alla convenzione secondo uno snobismo anticonformista, è capace di identificare in base a sfumature e variazioni fonetiche di vocali e consonanti il luogo di origine, addirittura il quartiere o la via del personaggio parlante. I personaggi “bassi” si esprimono in cockney, linguaggio dei bassifondi londinesi, una mescolanza di idiomi in cui “convergono elementi anglosassoni accanto alle influenze più disparate, coloniali e preanglofone” (Saba Sardi). L’uso del cockney denuncia la natura classista della lingua, le cui stratificazioni segnano le diversità fra i livelli sociali come su una scala graduata. È la barriera che inceppa l’evoluzione o l’emancipazione. Non esiste in italiano un parallelo che abbia lo stesso grado di efficacia. Per evidenziare il divario abbiamo travasato il cockney in una parlata toscana, con forti inflessioni di pronuncia. Il guaio è che da noi il dialetto – o il vernacolo come nel caso del toscano – corre in parallelo con la lingua egemone senza recidere del tutto il cordone ombelicale. Non di rado il dialetto contribuisce con travasi immediati ad arricchire la lingua stessa, ampliandone l’espressività. Quando addirittura non acquista uno statuto autonomo anche in letteratura o in testi teatrali (basta pensare a Folegno, Ruzzante, Goldoni, al Teatro napoletano o oggi, agli esperimenti di Gadda o D’Arrigo, tanto per fare qualche nome). Non è detto che da noi il dialetto sia un linguaggio subalterno, né che abbandonandolo si acceda ipso facto ad una cultura alta o che basti a schiudere le porte del mondo borghese. C’è semmai da recriminare sul dialetto disimparato, sul balbettio di una lingua ridotta a stereotipi, sul grado di trivialità raggiunto dalle tecniche di comunicazione. Ma l’origine dello sconquasso è già lì, nell’analisi impietosa di Shaw che attribuisce alle parole un dominio linguistico di classe, e farne cioè un problema di sociologia della cultura. La soluzione adottata, col suo grado di approssimazione, ha dunque il sapore di un marchingegno, più o meno plausibile, ma comunque necessario per mettere in moto l’ingranaggio della commedia. E speriamo che la forzatura ci venga in tal senso perdonata. Rispetto alla società di inizio novecento i contrasti insiti nel vivere civile si sono acuiti e ramificati, le certezze più problematiche, oppure sommerse in un coacervo di opinioni divergenti, tutte a loro modo plausibili, nessuna in grado di prevalere nettamente. Non è solo il linguaggio ad essere usato come forma di sopraffazione ma molti altri mezzi di comunicazione esercitano un loro grado di violenza, talvolta subdola e latente, spesso esplicita, come una cappa che irretisce la naturalezza dei rapporti fra gli uomini. La comunicazione “fra classi e anime diverse” deve ancora oggi attraversare incessantemente quella barriera. Per recuperare la virulenza della denuncia di Shaw occorre mettersi in onda con quel lontano 1913, non tanto per rappresentare il suo mondo, ma per assumerlo nella sua valenza metaforica, lasciando libero il giuoco delle associazioni e delle analogie e conferendo alla commedia un ritmo allegro e divertito. La leggerezza non smussa l’ironia, caso mai ne acuisce la funzione. Le opinioni espresse hanno il nitore di una lama e suonano spesso beffarde. Shaw le scaglia con aristocratica supponenza e quasi sempre centra il bersaglio. L’umorismo che sottende tutta la commedia rende tollerabile l’inesorabilità del giudizio. L’ironia di Shaw vibra come provocazione ideologica volta a mettere in rilievo la fatuità della classe agiata e dei suoi valori. I rapporti fra i personaggi sono in apparenza semplici e diretti. Ma nel non detto traspaiono una serie di segnali che svelano insicurezze, ambiguità, rivalse. La serra luminosa e colorata nella quale abbiamo scenicamente ambientato la commedia è chiusa al mondo esterno, tutti vi si aggirano con le proprie idiosincrasie, come in una sorta di voliera in cui i personaggi svolazzano irretiti. Solo l’intrusione di Liza e di suo padre Doolittle, con il loro linguaggio irriverente, conferisce ai personaggi un movimento irrequieto. Lo sgangherato eloquio di Liza sarà pazientemente ricondotto al decoro borghese con l’esercizio e la persuasione. Ma tale presunzione culturale verrà messa in trappola dalla spontaneità di una umana e legittima richiesta di affermazione attraverso un ruolo attivo nella vita sociale. L’avventura della fioraia è plausibile, perché il suo carattere segue una evoluzione psicologica e, nonostante l’ambizione che la muove, attraversa indenne il trauma che il trattamento le ha inferto. C’è anche un lato inquietante. Doolittle padre è perplesso: il progetto dei due gentiluomini di fare di Liza una vera signora oberandola di lezioni e tenendola segregata nello spazio fisico del loro mondo maschile è davvero del tutto limpido? La tensione erotica o sentimentale è ovviamente taciuta e magari si svolge a loro insaputa, ma è impossibile rimanere inerti di fronte alla bellezza e alla grazia non artefatta. Si può occultare il sentimento, ma non per questo il sentimento cesserà di cercare un varco per emergere. E quando il professore tenta di esprimere una mozione degli affetti, la lingua si inceppa, come fosse vietato cadere in una espressione banalmente sentimentale. Il sentimento sembra aver corroso le certezze. Al termine il professore Higgins si aggira solo e smarrito nella sua gabbia, a cullare la propria malinconia. Evocata dalle parole registrate sul fonografo, come in un sogno, si delinea alle sue spalle la figura di Liza. Il finale resta aperto a diverse conclusioni, sconfitta o vittoria, ma è certo che qualcosa di profondamente discorde è accaduto e niente sarà come prima. Per chi conosce My fair Lady , il bellissimo film di Cukor, nella cui eleganza tuttavia si stempera un poco il senso della storia, sarà piacevolmente sorpreso di scoprire come nella commedia originale l’ironia di Shaw conserva intatta la propria causticità e come il suo appello a rapporti sociali più genuini, sfrondati dall’intrico delle convenzioni, è sempre attuale.
Roberto Guicciardini

Foto di Federico Riva