Locandina

Sinossi

Margherita Gautier è la più bella cortigiana della città conosciuta come 'la signora delle camelie'. Questi sono i fiori che lei teneva con sé quando si recava al teatro. Il personaggio è ispirato a Marie Duplessis, una celebre figura di cortigiana divenuta contessa di Perrégaux. Il narratore della storia entra in possesso di un libro appartenuto alla defunta. Il testo è Manon Lescaut, con una dedica sulla prima pagina da parte di un certo Armando Duval.

Inizia così il racconto della storia, che nasce quando Armando, conosce Margherita durante una rappresentazione teatrale. Armando ne è subito colpito, ma lei ride della sua infatuazione; sempre più affascinato da Margherita le dichiara il suo amore, Margherita accetta la sua continua presenza, solo nel caso lui le assicurasse indipendenza e libertà senza dover dare spiegazioni sul suo vivere: infatti il suo amante deve essere discreto e sottomesso. Armando è molto geloso del duca e del conte che continuano a far visita a Margherita: ma Prudenza gli spiega che lei ha bisogno dei loro soldi per mantenere un certo tenore di vita. La relazione tra i due inizia quando Margherita rifiuta definitivamente il conte. Intanto il padre di Armando, venuto a conoscenza della relazione del figlio, lo vorrebbe costringere a lasciare Margherita, che rifiuta e torna dalla sua amata. Al suo ritorno, però, riceve un biglietto in cui Margherita afferma di averlo lasciato. Armando viene a sapere che Margherita è gravemente malata: quindi le scrive una lettera e leggendo la sua risposta, scopre che lei lo lasciò così improvvisamente per il volere di suo padre. Alla fine Margherita muore di tisi e Armando ne sarà comunque molto triste.

TOURNÉE

2018

25 gennaio Teatro Mengoni - Magione (PG)
30 gennaio Politeama - Poggibonsi (SI)
2/4 febbraio Teatro Erba - Torino (TO)
6 febbraio Palacongressi - Riva del garda (TN)
23 febbraioTeatro Anzani - Satriano (PZ)
24 febbraioTeatro Pino - Moliterno (PZ)
27 febbraio_11 marzo - Teatro Quirino - Roma (RM)

Video Intervista

Note per la messa in scena de LA SIGNORA DELLE CAMELIE

Sono tutti ciechi, perché non sanno amare

Il romanzo di Dumas Fils è un viaggio nel profondo dell’animo umano, ove le contraddizioni più aspre si fondono, per restituire un’immagine del mondo vividamente controversa.
Mettere in scena LA SIGNORA DELLE CAMELIE, capolavoro della letteratura francese dell’Ottocento, che alla sua prima apparizione sconvolse l’immaginario collettivo, vuole essere un tentativo di riacquistare, attraverso la fascinazione del palcoscenico, i valori della parola poetica, che crediamo oggi debba imporsi su altri linguaggi che dicono e spiegano, ma non insegnano il senso.
Mettere in scena LA SIGNORA DELLE CAMELIE significa essere appassionati; per mettere in scena LA SIGNORA DELLE CAMELIE dobbiamo essere fisici. Ma dobbiamo anche ricordare che le parole bruciano, che le parole si fanno carne mentre noi parliamo e quindi anche parlare, anche raccontare una storia è un gesto fisico. Oggi la lingua non è più del cuore, come diceva Paracelso, ma della mente. La parola soccombe nelle paralizzanti spire dell’ossessione comunicativa, stritolata da un’angoscia semantica. Per mettere in scena LA SIGNORA DELLE CAMELIE noi dobbiamo avere il coraggio di essere nuovamente eloquenti. Dobbiamo ricordare che le parole sono potenze che esercitano su di noi un potere invisibile, le parole hanno effetti blasfemi, creativi, annientanti, ma anche protettivi, persuasivi, le parole posso cauterizzare le ferite del cuore. Dumas Fils crede alla sottomissione della psicologia alla fisiologia, le istanze di Physis, del corpo, orientano le esigenze di Psyche, dell’anima. Ha scelto di raccontare le storie di personaggi completamente sopraffatti dai nervi e dal sangue, spinti ad agire nella vita dalla fatalità della carne.
LA SIGNORA DELLE CAMELIE è una storia cupa e disperata, che oscilla pericolosamente nell’incerto territorio in cui danzano avvinghiati Eros e Thanatos. È una storia assoluta, spietata, estrema, senza margini di riscatto, senza limiti. Attraverso l’azione drammatica del cerchio fatale della Nemesi, che avvinghia ineludibilmente i personaggi della storia, s’intravede un altro indissolubile legame, quello economico, che costringe i personaggi a condividere un unico spazio vitale. Davanti al minimo segno di benessere materiale, l’essere umano è pronto a tutto, in questo mondo il denaro trasforma la fedeltà in infedeltà, l’amore in odio, la virtù in vizio, il vizio in virtù, il servo in padrone, l’insensatezza in giudizio e il giudizio in insensatezza. Poiché il denaro, in quanto valore astratto, mescola e scambia tutte le cose, il denaro è in generale una mescolanza. In questa storia ci sono soltanto colpevoli e ognuno porta con sé la propria condanna, in un mondo che costringe le persone a rapporti mostruosi e selvaggi, li condanna a vivere nel circolo vizioso di viltà e vigliaccheria. Bestie umane si agitano sulla scnena del mondo borghese.
Il sentimento stilistico della regia incarnerà l’infausta fissità delle maschere tragiche e la minuta quotidianità della vita di metà ottocento. Questo conflitto tre grandiose passioni e l’implacabilità del destino deve essere mostrato con la chiarezza e la severità compositiva di una fotografia ingiallita di Eugène Atget; con la radicalità espressionista di un autoritratto di Edward Munch; con la tendenza all’unità emozionale di un’opera di Verdi.
La storia va immersa nell’atmosfera stantia e decadente del tetro locale notturno ove esercita come anima morta, Margherita, un regno di tenebra, dove raramente filtra un raggio di sole.
La storia non procede in avanti, ma ruota secondo un suo senso interiore, misterioso come la ruota del destino, la storia si avvolge in una spirale che si dipana da un unico asse centrale, eros che fiacca le membra a mortali ed immortali, secondo le parole di Eraclito, come il tempo escatologico dove la fine corrisponde al fine. “Dipingere la gente come la vedo e come la conosco”, scriveva Van Gogh al fratello Theo. Come la vedo e come la conosco e questo ha a che vedere con il teatro, con il cinema, con la letteratura e con il realismo di Alexandr Dumas che voleva descrivere la realtà che vedeva e conosceva. Sono trascorsi più di cento anni, ma la nostra epoca è ancora proiettata verso l’esaltazione del realismo, avida di esperienze vissute, in cui la televisione a volte fa da maestra al quotidiano, dettando comportamenti, atteggiamenti e linguaggi.
Ma sotto il quadro della realtà, vi sono molteplici forme, che il teatro, specchio distorto del mondo, ha l’obbligo etico di cogliere e riflettere. Vi è qualcosa d’intrinseco, di nascosto, di misterioso, sia nelle opere d’arte, sia nella vita che in esse si riflette. “Bisognerebbe poter mostrare i quadri che sono sotto i quadri”, diceva Pablo Picasso. Mettendo in scena LA SIGNORA DELLE CAMELIE ci proveremo, consapevoli che sul palcoscenico, come nella vita, noi vediamo “persone”, non vediamo “storie”, e tanto meno sentiamo “pensieri”. Ciò che si svolge davanti ai nostri occhi sul palcoscenico non è una storia: uno spettatore vede semplicemente persone, attori che mimano, vari stati di calma, di eccitazione, persone che mangiano, che parlano, che ridono. Le scene che lo spettatore vede sono in relazione ad altre scene, che in sequenza, forse, possono suggerire una storia.La storia, se c’è una storia, deve essere dedotta dalle loro espressioni, dalle loro parole, dalle loro azioni. La storia risiede dentro le persone, motiva i loro comportamenti, ma certamente non è visibile. La vita non ci racconta storie. Ogni storia è frutto della fantasia, dell’immaginazione, ogni storia è ciò che vediamo con l’occhio del cuore. 
MATTEO TARASCO

Foto di Tommaso Le Pera